Ritardi

Buon giorno a tutt*!

Mi spiace essere scomparsa temporaneamente da questa piattaforma virtuale, ma le incombenze della vita reale si sono fatte particolarmente insistenti. Mi rifarò viva col seguito di Misto Queer il prima possibile. Per intanto vi lascio questa bellissima immagine, dedicata a tutt* i/le compagn* che impostano una scala prioritaria nelle lotte da portare avanti, come se ci fossero questioni di serie A e altre di serie B.

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[Trad. “Le persone che parlano di rivoluzione e lotta di classe senza far riferimento esplicitamente alla vita di tutti i giorni, senza capire cosa c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni, hanno un cadavere in bocca”]

Tenendo ben a mente che il personale è sempre politico, stay tuned!

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Misto queer: Teoria King Kong (pt. 1)

Mi sembra assurdo non aver ancora scritto qualcosa sulla teoria queer o sui molteplici significati della parola queer, tanto che ormai quando non si sa definire qualcun* o qualcos* si ricorre alla fantomatica parola senza cognizione di causa, giusto per. Sarà perché suona bene?

In ogni caso, colgo l’occasione data da una delle mie ultime letture per affrontare la questione in maniera insolita. Dato che per parlare di queer sarebbero necessarie vagonate di pagine, mi limito a fornire un percorso assolutamente personale -e lacunoso, ovviamente- partendo da un estratto di “King Kong Théorie” di Virginie Despentes, a cui seguiranno approfondimenti riguardo il suo manifesto (con annessi e connessi queer) e la teoria queer più in generale. Saranno tipo tre post, al massimo quattro, così nessun* sarà indott* a tentare il suicidio. Spero che la mia oscillazione fra metafora e fuor di metafora possa essere utile.

Ora mi rivolgo direttamente alla penna autofittizia della Despentes e vi riporto pari pari il nucleo del suo saggio-manifesto “King Kong Théorie”, cioé la metafora che dà il titolo all’intera opera e cita argomenti fondamentali – ad es. pornografia, prostituzione,  assenza di binarismi di genere- poi sviluppati nella sua produzione (di cui scriverò nella prossima puntata). Buona lettura!

***

Kingkongthéorie
Copertina di King Kong Théorie (V. Despentes)

La versione di King Kong realizzata da Peter Jackson nel 2005 incomincia all’inizio del secolo scorso. Nel momento in cui si costruisce l’America industriale, moderna, si dice addio alle vecchie forme di divertimento, il teatro burlesco, la compagnia di giro, e ci si prepara alle forme di intrattenimento e di controllo moderne: il cinema e il porno.

Un regista megalomane e bugiardo, un uomo di cinema, porta via su una barca una donna bionda. È l’unica donna a bordo. L’isola che li interessa si chiama Skull Island. Non esiste sulle carte, perché nessuno ne è mai tornato. Popolazioni primitive, creature fetali, ragazzine dai capelli neri aggrovigliati, vecchie donne minacciose, sdentate, urlano sotto una pioggia diluviale.

Rapiscono la bionda per offrirla a King Kong. La legano, una vecchia donna le mette una collana prima di consegnarla allo scimmione. Gli umani precedenti adorni di quella collana si sono fatti tutti sgranocchiare come stuzzichini. Questo King Kong non ha né cazzo, né coglioni, né seni. Nessuna scena permette di attribuirgli un genere. Non è né maschio né femmina. È solo peloso e nero. Erbivora e contemplativa, questa creatura ha il senso dell’umorismo, e ama dimostrare la propria potenza. Fra il King Kong e la bionda non c’è nessuna scena di seduzione erotica. La bella e la bestia entrano in confidenza e si proteggono, sono sensualmente teneri l’una con l’altra. Ma in maniera asessuata.

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Atlantide sommersa (per ora)

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È di questi giorni la notizia dello sgombero di Atlantide, spazio autogestito da più di 15 anni in quel di Bologna. Atlantide frocissima, queer, trans e femminista che ha ospitato svariati collettivi (AntagonismoGay, Smaschieramenti LabClistoristrix e NullaOsta) negli anni, rivendicando uno spazio libero, critico e crea(t)tivo.

Potremmo parlare dei retroscena politici e non stupirci più di tanto, dato che questo è l’ennesimo sgombero, l’ennesimo tentativo di soffocare ogni esperienza di autogestione e di liberazione di spazi sociali. L’ennesimo tentativo di allontanare tutto ciò che non è “decoroso” e/o che non è “normale”, se vogliamo essere più drastic*. E aggiungerei che è anche l’ennesimo tentativo di mettere a tacere tutto ciò che è critico, irriverente e sacrilego, tipico di chi non conosce padron* né del proprio corpo né nella propria vita.

Non mi posso permettere di dire molto. Fa male vedere video come questi. La mia massima solidarietà a tutt* coloro che han costruito, cresciuto, amato e provocato in questo spazio. Prendiamol* in parola quando dicono: “Se Atlantide affonda, diventeremo un’onda!”. Nel frattempo supportiamol* come è possibile, cerchiamol* laddove si faranno vedere. Hanno sgomberato uno spazio, ma le coscienze arrabbiate delle Atlantidee non si possono fermare!

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Elogio del fallimento

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È da un po’ di tempo che cerco di scrivere qualcosa su un romanzo particolare che ho letto di recente, dal titolo “Even the cowgirls get the blues”, nell’edizione italiana “Il nuovo sesso: Cowgirl”. Il caso ha voluto però che una validissima blogger che seguo con piacere mi abbia preceduta nell’intento, avendo scritto un articolo, molto completo e divertente, che potete leggere qui.

Ho accantonato quindi l’idea ma da qualche giorno a questa parte non riesco a non pensare che sarebbe bello tracciare la mia rilettura di Sissy Hankshaw,  figura-simbolo di un romanzo pro-femminismo che tratta di temi tipici della controcultura anni ’60/’70, quali ridefinizione e messa in discussione di ruoli di genere, ecologia, sessualità libera, senza tabù e spesso e volentieri omosessuale (soprattutto lesbica).

Per evitare però di ripetere cose già dette e ridette che potete trovare in rete senza problemi, mi piacerebbe piuttosto rendervi partecip* della storia tramite una lettera aperta indirizzata alla protagonista Sissy Hankshaw. Questo espediente mi ricorderà in futuro cosa mi abbia trasmesso la sua figura e magari invoglierà anche voi alla lettura del romanzo.

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Che le donne vivano nella paura

Premessa: Il testo che riporto di seguito è una mia traduzione dell’articolo apparso qui sul The Guardian. In caso di condivisioni, chiedo gentilmente che venga riportata la fonte, ossia questo blog. Se avete suggerimenti per una traduzione migliore o trovate degli errori, non esitate assolutamente a lasciare un commento. Sarà ben accetto! Ma ora bando alle ciance. Giusto per sapere di che si tratta, è un estratto del libro Asking for it di Kate Harding, in cui scrive della cosiddetta “cultura dello stupro” (cliccate qui a tal proposito). Con un tocco di humor e un po’ di irriverenza ecco cosa scrive.

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“La strada e la notte sono nostre, imbecille!” Grazie a Eretica per questo ritrovamento

Una sera d’estate, mentre lavoravo al mio libro, la mia amica Molly s’è portata a casa mia il suo levriero per una passeggiata e per una serata di scrittura creativa. Poco prima quel giorno, mio marito era andato in macchina a Indianapolis per affari; quindi eccoci qui, io e Molly, nel mio salotto coi rispettivi cani e computer, mentre beviamo tè e battiamo a pc per ore. Era fantastico.

Verso le 11, Molly mi ha chiesto un passaggio per tornare a casa, come fa ogni volta che viene a casa mia, che dista circa un miglio dalla sua. Ma quando sono andata a prendere le chiavi, non c’erano. Ho cercato in tutte le tasche e in un paio di portafogli, senza successo.

Tagliamo corto alla rivelazione dell’anno: voi vi ricordate che mio marito è andato fuori città? Io no di certo! E abbiamo una sola macchina.

Quindi ecco Molly, di sera tardi, distante una passeggiata di 15 minuti da casa e in sella a un allampanato cane a cui non è concesso prendere il pullman (e che, è bene notare, in caso di aggressione sarebbe assolutamente inutile). L’atmosfera nella stanza è passata dall’essere amichevole e piacevole a “Oh, merda”.

Sia chiaro, non stavamo andando in panico. Impanicarsi sarebbe stato stupido. Da deboli. Una reazione eccessiva. Non puoi vivere nella paura! Devi rifiutarti di essere una vittima!

Molly era nuova nel quartiere, ma io avevo vissuto lì per otto anni senza nessun incidente. Era come casa e mi sentivo quasi sempre a mio agio nel passeggiare in quartiere. Tuttavia, durante il mese in cui tutto questo accadde, erano stati denunciati alle autorità 26 crimini violenti nell’area di due miglia quadrate dove io, lei e altre 55000 persone vivevano. Due di questi casi erano violenze sessuali; uno, un vero e proprio scenario da estraneo-trascina-donna-in-un-vicolo. Quindi se una di noi due si fosse ricordata che la mia macchina si trovava in un altro Stato prima che facesse buio, non c’è dubbio che se ne sarebbe andata via prima. Chi programmerebbe di passeggiare per un miglio in quartiere alle 11 di sera?

Intendo, oltre agli uomini.

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Relazioni & precarietà, a rigor di logica

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Spesso vengo rimproverata di ragionare troppo in teoria, perdendo così il reale impatto che le mie idee hanno nella realtà di tutti i giorni. Mi è capitato recentemente con un amico che, al sentirsi esporre alcuni concetti “tecnici” (così pare) e fondamentali della lotta femminista, s’è messo a ridere per l’espressione “precarietà affettiva”. Mi fa: ma che c’entra?

Sì, che c’entra la precarietà? Perché il femminismo dovrebbe interessarsi alla precarietà lavorativa, quindi sociale, quindi affettiva? È una domanda, questa, che molt* femminist* non riescono a integrare all’interno della loro visione d’insieme perché rischierebbe d'”allargare troppo il raggio d’azione”.

E allora eccomi qui a puntare i piedi su un concetto che dovrebbe essere imprescindibile, perché precari* ai giorni nostri lo siamo (quasi) tutt* e il femminismo, per come lo intendo io, dovrebbe preoccuparsi di tutte le ingiustizie sociali, comprese quelle causate dal divario di reddito. Ma c’è di più: la precarietà plasma lentamente ma irrimediabilmente le relazioni affettive. E ve la butto lì senza tanti giri di parole, né teorie. Solo fatti precari di una generazione precaria.

Se sei precari* potresti ritrovarti ancora a casa dei tuoi, in quella particolare fascia d’età per cui la società ti designa come adult*. Addio privacy, addio possibilità d’intrattenerti con chi ti pare e piace, dove e quando vuoi. Ti ritroverai, tuo malgrado, frustrat* dalla situazione, il che non farà bene né a te né ai tuoi. Se sei precari* potresti ritrovarti col/la partner a condividere i vostri spazi vitali con altre persone, perché altrimenti l’affitto non lo riesci a pagare.

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Amori estivi e lieti

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Saper mostrare la leggerezza non è affatto scontato. Soprattutto se per farlo ricorriamo a storie che potremmo far diventare emblemi di una lotta, più o meno politicizzata. Esistono storie, però (e per fortuna), che se venissero caricate di ulteriori significati perderebbero la propria naturalezza, oltre che la propria ragione d’esistere. Questo è il caso di Jongens (Boys), film olandese del 2014, vincitore di vari premi e distribuito in versione sottotitolata anche all’estero, grazie al suo successo crescente.

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Violenza o “sfortuna”?

Risale a stamattina la notizia di un’aggressione omofoba ai danni di due uomini, ritenuti gay dal loro branco di assalitori. I fatti risalgono in realtà a metà luglio ma la vicenda è stata resa nota solo ora, con l’aggravarsi delle condizioni già critiche di uno dei due aggrediti che risulta tuttora in coma farmacologico.

Per puro spirito masochistico mi sono messa a leggere anche i commenti agli articoli delle varie testate giornalistiche. Non avevo di meglio da fare? Evidentemente no. Un commento mi ha colpita particolarmente. L’utente in questione affermava che, alla luce dei fatti, non si poteva considerare quell’aggressione brutale come un attacco omofobico, a maggior ragione (aggiungo io, specificando il mio precedente “alla luce dei fatti”) perché i due aggrediti non erano gay. Faceva intendere poi che per i due aggrediti si sia trattato di “sfortuna” – si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato- perché in ogni caso il branco stava cercando un pretesto per attaccar briga, come la vittima in questione aveva dedotto dal contesto.

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Vengo in pace

Per ogni persona c’è un punto di non ritorno grazie al quale nulla sarà come prima. Sì, perché dopo aver preso consapevolezza diventa impossibile tornare indietro come se nulla fosse. Questo è successo a me col femminismo, parola stigmatizzata da molt*, quasi si trattasse di un insulto.

Anche il mio primo contatto con le “vere femministe” non è stato dei migliori, anzi. Dopo aver ricevuto in manifestazione un volantino da strapazzo che propugnava la lotta femminista “per relegare gli uomini in cucina”, mi sentivo troppo sbigottita per approfondire la questione. Ma per fortuna di tempo ne è passato e le mie abitudini, le mie letture, i miei interessi mi han fatto prendere una strada diversa per realtà meravigliose e inattese.

Sono approdata quindi a un’intera e varia (nei gusti e negli approcci) rete virtuale di solidarietà e collaborazione. Un microcosmo di persone che lottano giorno per giorno, scrivendo, analizzando, disegnando, manifestando, marciando in piazza e provocando. Con azioni dirette ed indirette contro ogni tipo di prevaricazione, discriminazione e abuso.

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