Misto queer: Teoria King Kong (pt. 1)

Mi sembra assurdo non aver ancora scritto qualcosa sulla teoria queer o sui molteplici significati della parola queer, tanto che ormai quando non si sa definire qualcun* o qualcos* si ricorre alla fantomatica parola senza cognizione di causa, giusto per. Sarà perché suona bene?

In ogni caso, colgo l’occasione data da una delle mie ultime letture per affrontare la questione in maniera insolita. Dato che per parlare di queer sarebbero necessarie vagonate di pagine, mi limito a fornire un percorso assolutamente personale -e lacunoso, ovviamente- partendo da un estratto di “King Kong Théorie” di Virginie Despentes, a cui seguiranno approfondimenti riguardo il suo manifesto (con annessi e connessi queer) e la teoria queer più in generale. Saranno tipo tre post, al massimo quattro, così nessun* sarà indott* a tentare il suicidio. Spero che la mia oscillazione fra metafora e fuor di metafora possa essere utile.

Ora mi rivolgo direttamente alla penna autofittizia della Despentes e vi riporto pari pari il nucleo del suo saggio-manifesto “King Kong Théorie”, cioé la metafora che dà il titolo all’intera opera e cita argomenti fondamentali – ad es. pornografia, prostituzione,  assenza di binarismi di genere- poi sviluppati nella sua produzione (di cui scriverò nella prossima puntata). Buona lettura!

***

Kingkongthéorie
Copertina di King Kong Théorie (V. Despentes)

La versione di King Kong realizzata da Peter Jackson nel 2005 incomincia all’inizio del secolo scorso. Nel momento in cui si costruisce l’America industriale, moderna, si dice addio alle vecchie forme di divertimento, il teatro burlesco, la compagnia di giro, e ci si prepara alle forme di intrattenimento e di controllo moderne: il cinema e il porno.

Un regista megalomane e bugiardo, un uomo di cinema, porta via su una barca una donna bionda. È l’unica donna a bordo. L’isola che li interessa si chiama Skull Island. Non esiste sulle carte, perché nessuno ne è mai tornato. Popolazioni primitive, creature fetali, ragazzine dai capelli neri aggrovigliati, vecchie donne minacciose, sdentate, urlano sotto una pioggia diluviale.

Rapiscono la bionda per offrirla a King Kong. La legano, una vecchia donna le mette una collana prima di consegnarla allo scimmione. Gli umani precedenti adorni di quella collana si sono fatti tutti sgranocchiare come stuzzichini. Questo King Kong non ha né cazzo, né coglioni, né seni. Nessuna scena permette di attribuirgli un genere. Non è né maschio né femmina. È solo peloso e nero. Erbivora e contemplativa, questa creatura ha il senso dell’umorismo, e ama dimostrare la propria potenza. Fra il King Kong e la bionda non c’è nessuna scena di seduzione erotica. La bella e la bestia entrano in confidenza e si proteggono, sono sensualmente teneri l’una con l’altra. Ma in maniera asessuata.

L’isola è popolata da creature che non sono né maschi né femmine: bruchi mostruosi, dai tentacoli vischiosi e penetranti, ma umidi e rosa come fiche di donna, larve a testa di cazzo, che si aprono e diventano delle vagine dentate che mangiano la testa dei membri dell’equipaggio…Altri si richiamano a un’iconografia più legata al maschile e al femminile ma che rientra nel campo della sessualità polimorfa: ragni pelosi e brontosauri grigi e identici paragonabili a un’orda di goffi spermatozoi.

King Kong, qui, è la metafora di una sessualità che precede la distinzione dei generi quale è stata imposta politicamente intorno alla fine del XIX secolo. King Kong è al di là della femmina e al di là del maschio. È alla cerniera tra l’uomo e l’animale, l’adulto e il bambino, il buono e il cattivo, il primitivo e il civilizzato, il bianco e il nero. Ibrido, di prima della differenziazione dei sessi. L’isola di questo film rappresenta la possibilità di una forma di sessualità polimorfa e superpotente. Cosa che il cinema vuole catturare, esibire, snaturare poi sterminare.

Quando l’uomo viene a prenderla, la donna esita a seguirlo. Egli vuole salvarla, riportarla in città, nell’eterosessualità arciregolata. La bella sa di essere protetta vicino a King Kong. Ma sa anche che dovrà abbandonare il grande palmo rassicurante della sua mano, per andare dagli uomini e da lì cavarsela da sola. Decide di seguire colui che viene a prenderla – a svincolarla dalla sicurezza e a riportarla in città, dove sarà nuovamente minacciata da ogni parte. Al rallentatore, primo piano sugli occhi della bionda, quando capisce di essere stata utilizzata. È servita solo a catturare l’animale. L’animale femmina. A tradire la sua alleata, la sua protettrice. Ciò con cui aveva delle affinità. La sua scelta dell’eterosessualità e della vita in città, è la scelta di rinunciare a ciò che in lei è irsuto, potente, ciò che in lei ride battendosi il petto. Ciò che regna sull’isola. Qualcosa doveva essere offerto in sacrificio.

Cose troppo queer e trash da non essere inserite
Cose troppo queer e trash per non essere inserite

King Kong viene in seguito incatenata, esibita a New York. Bisogna che terrorizzi le folle, ma che le catene siano solide, che le masse possano essere domate in cambio, come nella pornografia. Si vuole toccare la bestialità da vicino, ma non si vogliono danni collaterali. Ci saranno dei danni, infatti la bestia sfugge a chi la mette in mostra, come nello spettacolo. Non è il recupero del sesso o della violenza a essere un problema oggi, ma al contrario, l’irrecuperabilità delle nozioni di cui ci si è serviti nello spettacolo: violenza e sesso non sono addomesticabili nella sua rappresentazione.

Nella città, King Kong schiaccia tutto al suo passaggio. La civilizzazione che si vedeva costruirsi all’inizio del film crolla in pochissimo tempo. La forza che non si è voluto né ammansire, né rispettare, né lasciare dov’era, è troppo grande per la città che la bestia stritola semplicemente camminando. Con gran tranquillità. La bestia cerca la sua bionda. Per una scena che non è erotica, ma sembrerebbe richiamarsi piuttosto all’infanzia: ti tenderò la mano e pattineremo insieme, come in un valzer. E tu riderai come una bambina in una giostra incantata. Non c’è qui seduzione erotica. Ma un rapporto sensuale evidente, ludico, dove la forza non determina un dominio. King Kong o il caos prima dei generi.

Per gli uomini in uniforme, il corpo politico, lo Stato, intervengono per uccidere la bestia. Per arrampicarsi in cima agli edifici, battersi con degli aerei che sono come delle mosche. È il loro numero che permette di abbattere la bestia. E di lasciare la bionda sola, pronta a sposare l’eroe. Il realizzatore, occhi sgranati davanti al corpo dell’animale, fotografato come un trofeo. “Gli aerei non c’entrano. È la bella che ha ucciso la bestia”.

Una parola di realizzatore: menzognera. La bella non ha scelto di uccidere la bestia. La bella si è rifiutata di partecipare allo spettacolo, le è andata incontro non appena ha saputo che si stava liberando, si è divertita nella sua mano quando bisognava scivolare nelle acque gelate del parco, l’ha seguita fino alle vette dove si è fatta massacrare. Solo dopo la bella ha seguito il suo bello. La bella non ha potuto impedire agli uomini né di portare via la bestia, né di ucciderla. Si mette sotto la protezione di quello che la desidera di più, del più forte, del più adattato. Ha perso il contatto con la sua potenza fondamentale. È il nostro mondo moderno.

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