Elogio del fallimento

sissy_hitchhiking

È da un po’ di tempo che cerco di scrivere qualcosa su un romanzo particolare che ho letto di recente, dal titolo “Even the cowgirls get the blues”, nell’edizione italiana “Il nuovo sesso: Cowgirl”. Il caso ha voluto però che una validissima blogger che seguo con piacere mi abbia preceduta nell’intento, avendo scritto un articolo, molto completo e divertente, che potete leggere qui.

Ho accantonato quindi l’idea ma da qualche giorno a questa parte non riesco a non pensare che sarebbe bello tracciare la mia rilettura di Sissy Hankshaw,  figura-simbolo di un romanzo pro-femminismo che tratta di temi tipici della controcultura anni ’60/’70, quali ridefinizione e messa in discussione di ruoli di genere, ecologia, sessualità libera, senza tabù e spesso e volentieri omosessuale (soprattutto lesbica).

Per evitare però di ripetere cose già dette e ridette che potete trovare in rete senza problemi, mi piacerebbe piuttosto rendervi partecip* della storia tramite una lettera aperta indirizzata alla protagonista Sissy Hankshaw. Questo espediente mi ricorderà in futuro cosa mi abbia trasmesso la sua figura e magari invoglierà anche voi alla lettura del romanzo.

Cara Sissy,

ho letto la tua storia e i tuoi pollici giganteschi hanno suscitato subito la mia curiosità. Ti ho vista crescere a South Richmond, Virginia, dove i quartieri modesti hanno l’odore del tabacco, come ogni cosa attorno a te. Ti chiamavano “Polliciona” e questa era l’unica attenzione che le persone si degnavano di darti. Ho sentito le lamentele e le preoccupazioni dei tuoi genitori che proprio non sapevano spiegarsi come fosse stata possibile quella disgrazia, quegli enormi pollicioni che destavano l’attenzione di tutt*, presunti pretendenti compresi.

Una così bella ragazza, dicevano sommessamente -alta, bionda, graziosa, snella-, ma non appena lo sguardo si soffermava un po’ più in basso, all’altezza delle mani che tenevi sempre nascoste, in disparte, il tuo fascino svaniva. Una ragazza perfetta di certo ma solo sui cataloghi per cui facevi da modella, solo dopo che avevano nascosto ben bene nelle foto il tuo difetto, la tua enorme vergogna.

Ti ho vista piangere e urlare al tuo primo ballo, quando ti sei rifiutata di essere una vittima, una povera menomata, perché non volevi la compassione altrui e quel ruolo non ti apparteneva. Avevi capito la tua diversità, l’avevi colta e accettata, tu per prima, e ne avevi fatto il tuo superpotere. Quei pollici enormi erano meravigliosi e ti rendevano unica al mondo. Tu l’avevi capito ma gli altri non erano pronti ad accettare questa piccola verità, perché ai loro occhi rimanevi menomata: quei pollici troppo enormi ti impedivano di stirare, cucire, lavare, cucinare e rammendare. Una donna che non faccia queste cose è una cattiva moglie e tuo marito l’ha scoperto a sue spese. Ti amava profondamente e teneramente ma il suo era comunque un amore egoista: lui voleva te, Sissy, ma prima di tutto voleva correggere quel difetto, voleva tagliare e ricucire quelle appendici che ai tuoi occhi invece erano così essenziali. Una ritoccatina e saresti stata perfetta anche ai suoi, di occhi.

In più tu avevi strane idee per la testa. Da bambina avevi sentito una battuta fatta per sdrammatizzare la situazione: “C’è da dire che sarebbe un vero fenomeno come autostoppista…Se fosse un maschio, voglio dire”. E quella parola, ancora misteriosa, è diventata il tuo destino. Grazie a quei pollici enormi hai girato il mondo, hai scoperto che i tuoi limiti non erano veri limiti ma indizi per intraprendere un cammino diverso. Grazie a quei pollici hai incontrato le cowgirls, giovani donne libere e sfrontate, hai vissuto con loro, hai fatto l’amore con loro. Grazie a quei pollici hai imparato che ci sono donne diverse da quelle che hai incontrato a South Richmond, diverse dalle casalinghe annoiate ma anche dalle donne sublimate nei cataloghi.

I tuoi pollici pulsavano, fremevano e erano irrequieti. I tuoi pollici gridavano alla libertà. Strane idee di certo. Una donna che fa l’autostop in lungo e in largo, per anni ed anni, senza mai guardarsi indietro, in condizioni spesso difficilissime. Nemmeno un marito t’è bastato per rimanere ferma e buona a casa, per cercare il modo di rammendare le calze nonostante l’ingombro delle dita. Nessuno è mai riuscito a fermare te, Sissy Hankshaw, che hai deciso di fallire per la società, di non essere una brava moglie, di non essere una menomata, di non essere l’ennesima persona da riassestare. Nessuno t’ha potuta fermare perché per fermare persone come te, blandamente definite pazze, che scelgono di uscire dagli schemi, leggiamo che: “il solo modo per indurle a rinunciare alla loro scelta è di convincerle che in realtà il mondo è sanissimo”. Asserzione non da poco, devo dire, come ammetterà sconfitto il tuo psicanalista: “Devo confessare che è quasi impossibile sostenere una convinzione simile.”

E allora diamoci al fallimento, Sissy Hankshaw, abbracciamo l’impossibilità di essere ciò che la società si aspetta da noi, neghiamo di essere riassestat*, sistemat* per non destabilizzare gli schemi. Rifiutiamoci di stare al gioco della morale, di arrivare vergin* al matrimonio (anche se questo, per fortuna, sembra esser stato superato), di non sperimentare la nostra sessualità, di mettere dei paletti che definiscano la nostra eterosessualità a pieno titolo. Abbracciamo il fallimento, come è stato caldamente consigliato ad altr* pazz*: “Coraggio, fallisca. Ma fallisca con arguzia, con grazia, con stile. Un fallimento mediocre è insopportabile proprio quanto un mediocre successo. Abbracci il fallimento! Lo cerchi. Impari ad amarlo. Potrebbe essere il solo modo, per ciascuno di noi, di sentirsi veramente libero.”

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