Che le donne vivano nella paura

Premessa: Il testo che riporto di seguito è una mia traduzione dell’articolo apparso qui sul The Guardian. In caso di condivisioni, chiedo gentilmente che venga riportata la fonte, ossia questo blog. Se avete suggerimenti per una traduzione migliore o trovate degli errori, non esitate assolutamente a lasciare un commento. Sarà ben accetto! Ma ora bando alle ciance. Giusto per sapere di che si tratta, è un estratto del libro Asking for it di Kate Harding, in cui scrive della cosiddetta “cultura dello stupro” (cliccate qui a tal proposito). Con un tocco di humor e un po’ di irriverenza ecco cosa scrive.

lacalleesnuestra
“La strada e la notte sono nostre, imbecille!” Grazie a Eretica per questo ritrovamento

Una sera d’estate, mentre lavoravo al mio libro, la mia amica Molly s’è portata a casa mia il suo levriero per una passeggiata e per una serata di scrittura creativa. Poco prima quel giorno, mio marito era andato in macchina a Indianapolis per affari; quindi eccoci qui, io e Molly, nel mio salotto coi rispettivi cani e computer, mentre beviamo tè e battiamo a pc per ore. Era fantastico.

Verso le 11, Molly mi ha chiesto un passaggio per tornare a casa, come fa ogni volta che viene a casa mia, che dista circa un miglio dalla sua. Ma quando sono andata a prendere le chiavi, non c’erano. Ho cercato in tutte le tasche e in un paio di portafogli, senza successo.

Tagliamo corto alla rivelazione dell’anno: voi vi ricordate che mio marito è andato fuori città? Io no di certo! E abbiamo una sola macchina.

Quindi ecco Molly, di sera tardi, distante una passeggiata di 15 minuti da casa e in sella a un allampanato cane a cui non è concesso prendere il pullman (e che, è bene notare, in caso di aggressione sarebbe assolutamente inutile). L’atmosfera nella stanza è passata dall’essere amichevole e piacevole a “Oh, merda”.

Sia chiaro, non stavamo andando in panico. Impanicarsi sarebbe stato stupido. Da deboli. Una reazione eccessiva. Non puoi vivere nella paura! Devi rifiutarti di essere una vittima!

Molly era nuova nel quartiere, ma io avevo vissuto lì per otto anni senza nessun incidente. Era come casa e mi sentivo quasi sempre a mio agio nel passeggiare in quartiere. Tuttavia, durante il mese in cui tutto questo accadde, erano stati denunciati alle autorità 26 crimini violenti nell’area di due miglia quadrate dove io, lei e altre 55000 persone vivevano. Due di questi casi erano violenze sessuali; uno, un vero e proprio scenario da estraneo-trascina-donna-in-un-vicolo. Quindi se una di noi due si fosse ricordata che la mia macchina si trovava in un altro Stato prima che facesse buio, non c’è dubbio che se ne sarebbe andata via prima. Chi programmerebbe di passeggiare per un miglio in quartiere alle 11 di sera?

Intendo, oltre agli uomini.

Ero così arrabbiata con me stessa per aver avuto un vuoto di memoria che ha messo la mia amica in una situazione di merda. “Ti chiamo un taxi, digli che mandino qualcun* che non faccia storie coi cani, e pago io,” mi offrii – ma anche mentre lo dicevo, stavo pensando ad altri possibili sviluppi: Molly potrebbe lasciare il cane da me per la notte e prendere qualsiasi taxi per tornare a casa. Lei e il cane potrebbero stare da me per la notte. Lei potrebbe tornare a casa in taxi, prendere la sua macchina e tornare per riprendersi il cane. O forse uno dei/lle mie* vicin* è ancora in piedi e mi potrebbe prestare la macchina…

Far scorrere la lista di tutte le possibili alternative era assolutamente normale per entrambe. Questo è il genere di cose a cui le donne pensano tutto il tempo, anche quando camminiamo impettite e sfrontate nel parcheggio del supermercato alle otto del mattino, in tuta e con la coda di cavallo. Come posso fare i conti con la mia vita senza rischiare la mia incolumità?

Alla fine, Molly insistette che le andava bene tornare a casa a piedi – prendendo la strada più battuta, la più illuminata- e ne era convinta. Non era una sorpresa per nessuna delle due. Avevamo saputo entrambe per tutto il tempo che aveva un’alta probabilità di farcela a tornare a casa viva e incolume. Il problema non era che pensavamo che un’aggressione fosse probabile, ma come donne, ci è stato insegnato di non escludere mai la possibilità. Ci è stato insegnato che non è mai sicuro dar per scontato che staremo tranquille, passeggiando per il nostro quartiere dopo che s’è fatto buio, come persone normali.

Ecco perché non ho pazienza con chi insiste che le donne debbano imparare gesti di autodifesa e memorizzare liste di specifici consigli atti a prevenire la nostra stessa vittimizzazione. Stiamo già calcolando i rischi e prendendo precauzioni ragionevoli ogni giorno. Eppure non ne parliamo spesso in pubblico, nel timore di essere accusate di lasciare che la paura controlli le nostre vite, di essere completamente irrazionali riguardo il rischio, relativamente minore dal punto di vista statistico, di essere attaccate da un estraneo.

È un circolo vizioso che manda su tutte le furie. Se veniamo aggredite mentre camminiamo da sole al buio, ci viene detto che avremmo dovuto usare la testa e prevedere il pericolo. Ma se siamo oneste riguardo al carico mentale che dedichiamo per anticipare il pericolo, allora ci viene detto che ci comportiamo come pazze odiatrici di uomini, che sobbalzano nel vedere le ombre e infangano un intero genere con lo stigma che appartiene legittimamente a un numero relativamente ristretto di criminali.

Nessun* dirà mai con chiarezza quanta preoccupazione sia la giusta quantità, quella quantità che permette alle donne di godere di tutte le libertà tipicamente accordate agli adulti nordamericani del 21esimo secolo, mentre degli/lle estrane* moralist* rassicureranno che non siamo state stupide e non abbiamo chiesto di essere stuprate.

E quando chiedi a qualcuno che si è dedicato a fornire degli pseudoconsigli “per non essere stuprate” o che ha suggerito di prendere lezioni di difesa personale a una donna qualsiasi preoccupata per gli stupri nel suo quartiere, che cosa stessero pensando, probabilmente direbbero qualcosa del tipo “Meglio sicure che pentite!”. Traduzione: Anche se ti sto dicendo di ricordarti che è tutto un mucchio di stronzate, dovresti comunque impegnarti con me in questa espressione ritualizzata dell’ansia, perché mi fa sentire leggermente meglio riguardo a cose che non posso controllare. Cosa c’è di così sbagliato in questo?

Beh, niente, se stai solo raccomandando semplici e ragionevoli misure di sicurezza come chiudere la porta a chiave, guardare da entrambi i lati prima di attraversare la strada e portare in giro i soldi in portafogli o tasche, invece di camminare in giro, farli svolazzare per aria, gridando “Sono ricc*! Sono ricc*!”. Ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato quando dici alle donne (e non solo donne) di tenere i capelli corti, di vestirsi in modi che nessun* potrebbe considerare “provocatori”, di indossare solo vestiti difficili da tagliare con le forbici (quindi, jeans di kevlar, immagino?), di non usare mai il cellulare o di non rovistare nella borsa in pubblico.

C’è qualcosa di sbagliato nell’aspettarsi che le donne si ricordino di dover sempre mirare all’inguine, agli occhi, alle ascelle, alle cosce, o alle prime due dita (non ne sto inventando nessuna), e che ci vogliono solo 5 libbre di pressione per strappare un orecchio umano, e che se colpisci il naso di qualcuno col palmo della mano e lo sollevi alzando leggermente a destra, puoi far arrivare l’osso fin dentro il cervello e ucciderli.

C’è qualcosa di sbagliato nel fingere che sia del tutto accettabile dire alle donne di non bere fino all’eccesso – e, quando bevono al non-eccesso, di non lasciare mai i drink fuori dalla loro vista- e di non camminare da sole la notte e categoricamente di non viaggiare sole e di non far jogging con gli auricolari, e di non fermarsi al rosso senza chiudere col blocco le portiere, e di non reagire al suono del pianto di un bambino, e di non entrare in macchina senza aver prima controllato i sedili posteriori e sotto la macchina, e di non entrare dal lato del conducente se c’è un furgone parcheggiato lì accanto, e di non accostarsi per macchine della polizia non contrassegnate finché non sono in zone ben illuminate, etc, etc, etc.

Ho tirati fuori esempi a caso, comunque. Un sacco di queste raccomandazioni sono palesemente inutili, ma rimangono tutte in testa, un intero catalogo del valore di due decadi e mezzo di “consigli utili”. Persino quelli che si basano su una sorta di realtà riconoscibile, in ultima analisi lanciano sempre lo stesso messaggio: in quanto donna, devi vivere nella paura e comportarti impeccabilmente. Se fallisci nella tua responsabilità, sarai molto probabilmente violentata – forse persino uccisa- e sarà almeno in parte colpa tua.

Ma l’intera questione de Il dono della paura (1997), libro di successo dell’esperto in sicurezza Gavin de Becker sui crimini violenti, è che le informazioni inaccurate (sull’onda della negazione di chi possa essere più probabilmente il perpetratore o la vittima di un crimine) possono interferire con la nostra naturale abilità di intuire e reagire efficacemente al pericolo. Questi pratici consigli antistupro [NdT: lett. “consigli-per-non-essere-stuprate”] che continuano a sbucare in internet come pessimi bitcoin sono specchietti per allodole per il mucchio di robaccia che le donne occidentali devono tenersi in testa per tutto il tempo.

Prima di finire le superiori, i nostri cervelli sono già stati riempiti di nozioni base “a prova di stupro” come la misura appropriata della gonna per scoraggiare aggressioni (lunga); la quantità d’alcool che può essere consumata prima che si pensi che una abbia incitato a una violenza sessuale (10 ml al massimo); una lista di quartieri accettabili da visitare da sole alla luce del giorno; un’altra di quartieri accettabili da visitare da sole dopo che s’è fatto buio (scherzo – non ce ne sono); e una serie di elementari gesti di autodifesa (“Il plesso solare! Il plesso solare!”).

L’idea sempre presente che, controllando il nostro comportamento, il nostro aspetto e i nostri giri, possiamo evitare di essere stuprate non fa nulla per aiutare le donne (se non lasciare sol* le vittime che non sono donne). Semplicemente toglie l’onere al resto della società di considerare seriamente tutto ciò che possiamo fare per prevenire la violenza sessuale. Mantiene la nostra attenzione su ciò che le vittime hanno fatto di “sbagliato” invece di capire che tipo di persona stupra, o come sceglie le sue vittime, o come possiamo punire le aggressioni sessuali più efficacemente. Sfrutta le idee riduttive e sessiste di quanto “bene” o “male” si comportino le donne e suggerisce in maniera forte che alcune vittime, francamente, se la siano cercata.

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