Amori estivi e lieti

Jongens_cover

Saper mostrare la leggerezza non è affatto scontato. Soprattutto se per farlo ricorriamo a storie che potremmo far diventare emblemi di una lotta, più o meno politicizzata. Esistono storie, però (e per fortuna), che se venissero caricate di ulteriori significati perderebbero la propria naturalezza, oltre che la propria ragione d’esistere. Questo è il caso di Jongens (Boys), film olandese del 2014, vincitore di vari premi e distribuito in versione sottotitolata anche all’estero, grazie al suo successo crescente.

Abbiamo a che fare con una storia d’amore adolescenziale, una di quelle che nascono dalla complicità e hanno la spontaneità dell’estate, che non promettono troppo ma sono comunque importanti nel qui e nell’ora. Un amore fatto di piccoli gesti ma anche di grandi incertezze e paure. Una storiella, se proprio vogliamo banalizzarla.

Eppure è fondamentale per il percorso di autoconsapevolezza di Sieger, un ragazzo come tanti: sportivo, amichevole, responsabile e ubbidiente a un padre in lutto e sempre più protettivo. Sieg deve assumere il ruolo del bravo figlio, in maniera indefinita, per controbilanciare gli errori e la rete di bugie del fratello che, dopo l’incidente motociclistico della madre, si dà alle corse in moto, nonostante il divieto del padre.

La pressione sociale nei confronti del protagonista, in ogni caso, è sottilissima: il contesto non è ostile in sè ma le remore morali sono state interiorizzate. Questo fa sì che siano i dettagli minimi (penso agli sguardi e ai silenzi, ad esempio) a fare la differenza in questo film che scorre lento, con lunghe ma piacevolissime sequenze “fotografiche”. Sieger si trova alle prese con un’attrazione sempre più incontenibile per Marc, ragazzo esuberante, a tratti vanesio ma trasparente e sicuro dei propri sentimenti fin da subito.

E il giovane Sieger, che ambisce ad avere tutto sotto controllo, si trova in balìa di forze contrastanti. Lo vedremo perfettamente a proprio agio solo con Marc e lontano da sguardi indiscreti (che non sono così presenti, a onor del vero), ingessato e affannato mentre cerca di costruire una facciata consona a ciò che potrebbe essere ma non è. Dovremo aspettare l’ennesimo disinganno per vederlo finalmente dire “no” a quell’immagine autoimposta. Non abbiamo nemmeno il tempo di commuoverci che Sieg è già scappato via, in sella alla moto proibita, per conquistare la libertà di essere ciò che è.

P.S.: mi sono sbilanciata in quanto a sdolcinatezze perché è uno dei pochissimi film a tema LGBTQIA+ a non essere né straziante né controverso (nel senso proprio del termine, ossia che è suscettibile di discussioni e/o dibattiti). Anche per questo parlo di leggerezza, al di là della storia e dell’atmosfera del film.

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