Violenza o “sfortuna”?

Risale a stamattina la notizia di un’aggressione omofoba ai danni di due uomini, ritenuti gay dal loro branco di assalitori. I fatti risalgono in realtà a metà luglio ma la vicenda è stata resa nota solo ora, con l’aggravarsi delle condizioni già critiche di uno dei due aggrediti che risulta tuttora in coma farmacologico.

Per puro spirito masochistico mi sono messa a leggere anche i commenti agli articoli delle varie testate giornalistiche. Non avevo di meglio da fare? Evidentemente no. Un commento mi ha colpita particolarmente. L’utente in questione affermava che, alla luce dei fatti, non si poteva considerare quell’aggressione brutale come un attacco omofobico, a maggior ragione (aggiungo io, specificando il mio precedente “alla luce dei fatti”) perché i due aggrediti non erano gay. Faceva intendere poi che per i due aggrediti si sia trattato di “sfortuna” – si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato- perché in ogni caso il branco stava cercando un pretesto per attaccar briga, come la vittima in questione aveva dedotto dal contesto.

Non contesto assolutamente il fatto che il branco stesse cercando rogne, è chiaro a tutt*, ma mi crea qualche difficoltà pensare che un attacco vigliacco iniziato con “gay di merda, cazzo ti guardi?” non debba essere considerato sintomo di omofobia. Cercavano un pretesto? Sì, ma il pretesto è stato omofobico, anche se alla fin fine i due aggrediti non erano effettivamente gay.

Il fatto di equiparare un attacco omofobico a un atto di “violenza generica”, passatemi l’espressione, mi ha fatta riflettere sui molteplici nomi che la violenza può assumere. Violenza omofobica, transfobica, razzista, xenofobica, etc. e chi più ne ha più ne metta. Perché non raggruppare tutto molto semplicemente sotto la categoria della violenza, senza distinguo?

Forse perché dare un nome a qualcosa significa darle consistenza reale? Forse perché tutto ciò che precede quel suffisso -fobia, così generico e multitasking, ci spiattella in faccia le radici culturali, i pregiudizi che hanno portato a quella violenza? Perché c’è fobia e fobia e chi pratica la violenza consapevolmente (parliamo di aggressori che andavano in giro con catene, tanto per dire) conosce bene i motivi per cui agisce.

Perché in fondo razionalizzare la violenza significa dissezionare la paura, il pregiudizio e il pensiero di chi ammazza di botte. E allora non nascondiamoci dietro un fatto così accidentale -quella “sfortuna”- e/o il Fato infausto perché prendere atto che ci sono categorie di persone più a rischio di altre è importante per debellare quel sistema culturale che legittima razionalmente la violenza. Banalizzare con un “poteva capitare a chiunque” significa guardare con leggerezza alle discriminazioni e ai rischi che alcun* di noi corrono ogni giorno.

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